Il-Trafiletto

19/05/14

Perchè i vegani dicono no alla carne e al latte: alcuni buoni motivi

Perchè no alla carne

Essere vegani e seguire la filosofia di vita vegana significa rifiutare tutto ciò che comporta e deriva dallo sfruttamento degli animali: oltre a carne e pesce, anche latte, uova, pelle, lana, seta… Il rifiuto deriva dalla costatazione che  la quasi totalità dei prodotti animali (carne, latte, uova) proviene da allevamenti intensivi, dove gli animali sono rinchiusi senza nessun rispetto per le loro esigenze fisiologiche, per il semplice fatto che lo scopo è raggiungere la massima produttività nel minor tempo possibile alla fine del quale, si va al macello.

 La morte degli animali è preceduta dal trasporto, lungo ed estenuante, fino al mattatoio: stipati nei camion, senza potersi muovere, bere o mangiare, arrivano a destinazione in gravissime condizioni di stress, spesso così debilitati da non riuscire nemmeno ad alzarsi.

Immagine presa dal web

Perchè no al latte

Per produrre il latte le mucche devono partorire, in questo processo però, molti non sanno che mucche e vitellini vengono uccisi. La vita normale di una  mucca è di circa quaranta anni, ma negli allevamenti esse vengono macellate non appena la  produzione di latte diminuisce, ovvero dopo circa sette anni.

Questa  esistenza così innaturale, la mungitura meccanica, le continue selezioni per aumentarne la produttività, la stabulazione nei capannoni, la mancanza di movimento, rendono le “mucche da latte” animali così debilitati che spesso, a “fine carriera” non si reggono più nemmeno in piedi. Da qui il modo di chiamarle “mucche a terra”. Così una volta sfruttate per il loro latte vengono condotte al macello per la loro carne.

Oltre tutto, per questo ciclo di produzione sono inseminate artificialmente: se non mettessero al mondo i vitelli destinati al macello, non produrrebbero latte. I vitellini, strappati alla madre subito dopo la nascita, sono destinati, se maschi, al mattatoio a pochi mesi di vita (carne di vitella) o fatti ingrassare per essere macellati dopo due anni (carne di manzo); se femmine, seguiranno il destino delle madri. Dunque i latticini, anche se biologici, sono il risultato di un ciclo produttivo che prevede la morte di mucche e vitelli.

Vogliamo evitare l'Ictus? Mangiamo più fruttae verdura.

Questa volta lo studio arriva dalla Cina, e precisamente dalla Qingdao University, ed è stato pubblicato sulla rivista specializzata "Stroke". Gli alleati preziosi per la nostra salute sono questa volta frutta e verdura. Mangiare abbondantemente questi due alimenti, secondo lo studio, contribuisce a ridurre il rischio di avere un ictus in media del 20%. I ricercatori hanno combinato i risultati di venti studi diversi effettuati negli ultimi 19 anni e sono giunti al risultato che mangiando 200 grammi di frutta al giorno si ha una diminuzione del rischio di ictus pari al 32%. Un pò meno per la verdura, mangiandone sempre 200 grammi/die il rischio diminuisce dell'11%. Sembra che il merito di ciò sia imputato ai carotenoidi, un genere di antiossidanti presenti in molti tipi di frutta e verdura. In un altro studio è stato notato che pazienti con bassi valori di tre carotenoidi, e precisamente l'alfa-carotene, il beta-carotene e il licopene erano soggetti ad un rischio più elevato di ictus. Mangiando quindi più frutta e verdura abbiamo la capacità, oltre che fornire il nostro organismo di carotenoidi, di controllare la pressione sanguigna, e di migliorare il microcircolo; non solo, ma controlliamo anche il colesterolo, la massa corporea e le infiammazioni, tutti fattori, questi, che aumentano il rischio di ictus.

TORTA AL LIMONE

UNA TORTA PER LE GRANDI OCCASIONI, CHE VI PERMETTERA' DI LIBERARE LA VOSTRA CREATIVITA NE DECORARLA.
Ingredienti x 12
PER LA PASTA: 500 G di farina manitoba, 250 g di burro, 2 cucchiai di zucchero, sale. 

PER LA CREMA 8 uova, 8 limoni, 240 g di zucchero, burro.

PER LA GLASSA: 680 9 di zucchero cristallizzato (si acquista in drogheria), 2 dl d'acqua, un cucchiaio di glucosio liquido, 4 limoni

PREPARAZIONE: elaborata Tempo: 2 ore + il riposo
TORTA AL LIMONE

FATE LA PASTA versando sulla spianatoia la farina a fontana. AI centro mettete il burro morbido, lo zucchero e un pizzico di sale. Impastate con acqua fino a ottenere una pagnotta morbida ed elastica, da far riposare in luogo tiepido 2 ore. Dividete la pasta in due dischi uguali piuttosto alti, metteteli in due tortiere e euoceteli uno alla volta in forno a 190·,20 minuti ciascuno.

FATE LA CREMA sbattete in una terrina le uova con lo zucchero, unite il succo dei limoni e la loro scorza lavata e grattugiata fine, poi il burro ammorbidito. Mescolate con la frusta fino ad avere una crema omogenea.

FATE LA GLASSA di copertura: riunite in una casseruola l'acqua, lo zucchero cristallizzato, il glucosio liquido e il succo filtrato dei limoni. Cuocete su fuoco basso, continuando a mescolare. Quando bolle levate lo sciroppo dal fuoco e versatelo su una superficie liscia. Raffreddate, poi lavorate con le mani fino a ottenere una pasta densa, liscia e opaca.

SPALMATE un disco di pasta con la crema al limone e sovrapponete il secondo disco. Ricoprite la torta con la glassa preparata distribuendola in modo uniforme. Guarnite la torta con limoni interi spolverati di zucchero a velo e fiori freschi.

E adesso pasta !

Complici i figli o la premura, a chi non è mai capitato di entrare in un fast food per mangiare un panino? Bastano pochi euro e si compra un sandwich di tre strati per due, allegramente farcito con un hamburger, sottilette di fontina arancione, foglie d'insalata, ketchup, salsette varie e chi più ne ha più ne metta. Servito con un rituale sbrigativo 

Vogliamo entrare poi nel merito del sapore? In barba a tutte le tradizioni gastronomiche nostrane e all'insegna dell'omologazione del gusto, un panino comprato in una di queste multinazionali della ristorazione veloce ha lo stesso sapore a Roma, come a Pechino, a Nairobi come a Puerto Escondido. Sarà forse anche questo uno dei motivi di tanto successo tra i giovani: probabilmente basterà loro solo un morso per sentirsi cittadini del mondo, non so.
E' il tempo che manca? Prima di ricorrere al fast food, prendiamo in considerazione l'idea di farei due spaghetti (o i paccheri, le mafalde, gli ziti napoletani) aglio, olio e peperoncino. E un buon caffè, espresso naturalmente perché, tra l'altro, contiene meno caffeina. Beh, certo, sarà forse tutto meno fast, ma sicuramente molto, molto più food!

Giacomo Leopardi, di passaggio a Napoli, definì l'abitudine locale di mangiar spesso pasta «manife- sto di stupidità». Filippo Tommaso Marinetti, futurista, decretò che la pasta era «un simbolo passatista di pesantezza e tronfiezza pasciuta». Voci stonate. E poco lungimiranti, perché non solo gli italiani continuano a godersi con somma soddisfazione fumanti piatti di spaghetti, ma questo manifesto gastronomico della penisola è riuscito, negli ultimi anni, a conquistare praticamente tutto il mondo. Le leggende sull'antica origine della pasta sono numerose: dai cinesi agli etruschi, dai romani agli arabi, tutti si attribuiscono il merito dell'invenzione.

Psta di semola
Una cosa, però, è certa: la pasta «vera», quella di grano duro, ha trovato a Napoli la sua consacrazione in un'epoca neppure tanto lontana. Il matrimonio fra il pomodoro (giunto in Europa dopo la scoperta dell'America e considerato commestibile solo a partire dal Settecento) e gli spaghetti fu celebrato sotto il Vesuvio. Dopo, l'inventiva italica nel condire la pasta non ha avuto eguali. Originariamente cibo per poveri, gli spaghetti, che allora nei «bassi» si mangiavano con le mani, arrivarono a corte con Ferdinando IV di Borbone re di Napoli. Il sovrano, ovviamente, non poteva imitare i suoi popolani: doveva servirsi della forchetta per questioni di etichetta.

Ma le forchette di quei tempi possedevano solo tre rebbi e gli spaghetti sfuggivano inesorabilmente. Ordinò dunque a un ciambellano-scienziato di grande ingegno, Gennaro Spadaccini, di risolvere il problema: questi portò da tre a quattro il numero dei rebbi e gli spaghetti non scivolarono più. Ma Napoli ha pure il merito di aver inventato la pasta «industriale». Qui infatti nell'Ottocento cominciano l'attività, con torchi e macchinari da loro perfezionati, pastai che distribuiscono il loro ottimo prodotto in tutta Italia e anche oltre: non solo spaghetti e maccheroni ma una miriade di formati diversi: bucatini, ziti, vermicelli, mafalde, linguine, penne, conchiglie, rigatoni, paccheri ...

lavorazione industriale della pasta
Oggi una nota industria partenopea ha in catalogo oltre cento diversi formati. La qualità della pasta dipende dall'esperienza di chi la produce oltre che dalla materia prima, la semola di grano duro e non altro; e da un ambiente che le permetta di essiccare nelle migliori condizioni: in ambiente secco e ventilato come quello di Napoli. Sono sempre i napoletani, poi, che hanno insegnato a tutti a cuocere la pasta «al dente», rendendola così più digeribile.

Superbatteri | Quando il gioco si fa duro...meglio usare armi biologiche!

Quando il gioco si fa duro...meglio usare armi biologiche! Un'altro approccio possibile per fare fronte alla resistenza dei superbatteri, è quello di sfruttare la naturale aggressività batterica, canalizzandola contro i batteri stessi.


Alcuni bioingegneri, diretti da Jim Collins dell'Università di Boston, hanno scoperto che è possibile innescare una serie di eventi capaci di "spingere al suicidio" i patogeni: l'esposizione a una sostanza chimica, l'idrossiurea, induce infatti i microorganismi a produrre molecole autotossiche. Secondo Collins, potrebbe essere questo il futuro delle terapie antibiotiche. "La fase successiva sarà la somministrazione sotto forma di molecole tanto piccole da agire nella fase terminale della catena di eventi che conducono al suicidio batterico".
Idrossiurea
(immagine dal web)

Anche virus biologici potrebbero essere messi in campo nella guerra contro i microorganismi patogeni, in quanto si attaccano ad una cellula e iniettando al suo interno materiale genetico, utilizzando la coda come ago ipodermico. Il DNA virale trasforma poi il sistema cellulare batterico in una "fabbrica di virus", che produce nuovi microorganismi pronti a irrompere dall'ospite per attaccare altri batteri.

"I batteriofagi possono essere utilizzati per dare vita a squadre speciali antibatteriche e fare pulizia di qualunque patogeno scampato ad altre terapie", prosegue Collins. Negli ultimi anni gli scienziati hanno lavorato senza sosta alla ingegnerizzazione dei batteriofagi, sia come antibatteri autonomi, e sia come coadiuvanti degli antibiotici, e forse presto vedremo i risultati.

Un'altra possibile soluzione di recente sperimentata sempre da Jim Collins e dal suo team, è quella di modificare il metabolismo dei batteri, per renderli nuovamente sensibili ai farmaci esistenti. Il particolare fenomeno oggetto di indagine è stata la produzione di ROS (specie reattive dell'ossigeno) che include molecole come il superossido e il perossido di idrogeno: sono scarti naturali della normale attività metabolica che però, in grandi quantità, possono uccidere la cellula. I prossimi passi in questo filone di studi prevedono il potenziamento dei modelli metabolici utilizzati su scala genomica e l'estensione delle sperimentazioni anche su altri tipi di batteri. (science)
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